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lunedì 12 dicembre 2016

Black Jack – Dieci Indagini Nel Buio


Anno: 1993 – 2000
Formato: Serie OAV – 10 Episodi
Produzione: Tezuka Productions
Disponibilità: Yamato Video

“Sono convinto che i fumetti non debbano solo far ridere. Per questo nelle mie storie trovate lacrime, rabbia, odio, dolore e finali non sempre lieti” – Osamu Tezuka

I primi anni 70 sono considerati il periodo più difficile di tutta la carriera di Osamu Tezuka: la sua rivista COM è costretta a cessare ogni attività a causa di problemi aziendali, e come se non bastasse rassegna le dimissioni dalla Mushi Production, lo studio di animazione fondato da lui stesso nel 1961, il quale 2 anni dopo finisce in bancarotta, generando molto clamore a livello mediatico. Nonostante l’addio, decide di caricarsi sulle spalle tutti i debiti.
Inoltre, la critica reputa il suo lavoro ormai superato. Ai nuovi autori è permesso lavorare in un clima diverso rispetto a Tezuka, in quanto liberi dalla censura del dopoguerra e chiaramente più espliciti a livello di storia e tematiche. Ciò li rendeva più interessanti agli occhi dei lettori.
Come sempre, anziché farsi trascinare dagli eventi, risponde con grande caparbietà, realizzando in quella decade un numero elevatissimo di opere, più che in ogni altra fase della sua vita professionale.
Tezuka, una delle figure più importanti della cultura popolare nonché responsabile del boom dell’animazione televisiva in Giappone, deve però confrontarsi con un paese in crisi in ogni settore produttivo.
Nel 1973 gli viene richiesto di scrivere una serie in quattro parti al fine di celebrare i suoi personaggi più conosciuti. Black Jack, creato solo per mantenere continuità nella storia, vi appare per la prima volta.
Il successo riscosso è clamoroso: il manga si protrae per oltre un decennio, fino ad incrociare gli anni 80, epoca di mutamenti e globalizzazione, dove l’interesse per la cultura nipponica si espande a dismisura all’estero.
Per la realizzazione dell’opera tornano utili gli studi di medicina praticati da Tezuka presso l’università di Osaka.
Il mangaka diventa sempre più richiesto anche dai media internazionali, ma è solo dopo la sua morte che il geniale chirurgo spesso paragonato a Batman, ottiene la propria trasposizione animata.


Siamo nel 1993, e per la regia non viene chiamato un nome a caso, bensì Osamu Dezaki, stretto collaboratore di Tezuka, fra i fondatori della Madhouse nonché uno degli uomini più stimati alla Tokyo Movie Shinsa, il quale dopo un periodo trascorso fuori dal paese, rientra in patria nello studio di animazione aperto dal maestro 25 anni prima per gestire i suoi progetti fumettistici.
Il character design, particolare e con maggiore propensione verso i volti femminili, è del fidato Akio Sugino.
Al loro nome sono legate serie come Rocky Joe, Jenny La Tennista, Space Adventure Cobra e Caro Fratello.
Il lavoro viene rilasciato sul mercato degli OAV, formato redditizio che lungo gli anni ha permesso a numerosi registi di affinare la propria arte (Kawajiri su tutti), giacché utile a sperimentare tecniche alternative con un ritorno economico sicuro grazie alle licenze.
Dopo infatti numerose battute a vuoto nei cinema, si comincia a stringere i fondi evitando rischi.

Black Jack è un viaggio all’interno del folklore nipponico, una storia matura e d’avanguardia che rispecchia la realtà contemporanea, che adegua l’animazione ai canoni del cinema e della letteratura, libera da futili convenzioni narrative, che soddisfa anche gli spettatori più giovani cresciuti con videogiochi e musica pop, mischiando innumerevoli generi.
Si passa dal militarismo a vicende dai forti contorni storici e politici, evidenziando l’aspetto drammatico, attraverso una molteplicità di scelte stilistiche frutto della personalità poliedrica dell’autore, con un ritmo narrativo più lento e meno incline al pragmatismo.
Ci viene presentato un prodotto duraturo e versatile dove egli ha la possibilità di dare libero sfoggio alla sua fantasia con precisi rimandi sociali e talvolta ambientalistici, in un contesto privo tuttavia di riferimenti temporali.
Attraverso l’anticonformismo del protagonista, Tezuka rigetta tutto il proprio disprezzo nei confronti delle istituzioni mediche.

In “Dieci Indagini Nel Buio” affiora il significato della vita, di conseguenza scegliere la migliore fra queste 10 storie è un esercizio puramente soggettivo.
Inutile dire che siamo dinnanzi ad uno dei capostipiti dell’ambito preso in esame, ne raccomando pertanto la visione assieme al lungometraggio “La Sindrome di Moira” del 1996.

Voto: 8

domenica 30 novembre 2014

Primo Anniversario

 
Difficilmente scorderò il 18 novembre 2013. In quell’occasione, infatti, ho finalmente aperto il primo ed unico portale dopo vari tentennamenti, intraprendendo una strada che risulterà fondamentale all’interno del percorso professionale che ho selezionato una volta terminati gli studi.
Come alludevo quindi, la mia presenza sul web non è legata a scopi di lucro e tantomeno costituisce un modo per accrescere la mia popolarità, perché se il mio intento fosse stato quello, avrei aperto un canale su YouTube, dove la visibilità è maggiore ed è più facile emergere, proprio come fanno molti all’interno della piattaforma, i quali amano guadagnare parlando di tutto senza conoscere alcun soggetto in particolare.
Poi naturalmente vigono anche quelli che parlano di argomenti specifici, ma che spesso tendono a limitarsi, per dare continuità e produrre in futuro altri video, o più semplicemente per scarsa varietà nelle loro tesi. Insomma, la mediocrità.
Il principale intento era quello di migliorarmi, dando al contempo risalto e dignità ad argomenti di nicchia, per anni esposti male sulle emittenti italiane. Ricevere messaggi privati di utenti che discostano la mia figura da quella degli aziendalisti che parlano bene di tutto e tutti (di cui siamo sovraffollati), mi ha fatto davvero piacere.
Per celebrare questo evento vi propongo una rilettura degli articoli che hanno riscosso maggior successo sul piano delle visite, in modo da fornire una base anche a chi si affaccia per la prima volta qui;
 
A presto.


domenica 28 settembre 2014

Detective Conan VS Kindaichi Shounen No Jikenbo


Quest'oggi voglio proporvi un confronto fra le due opere gialle più conosciute e rinomate del panorama nipponico, scritte rispettivamente da Gosho Aoyama, e l'accoppiata Kanari / Amagi (vero nome Tadashi Agi).
Si tratta di due manga ancora in corso di produzione, e che figurano all'interno della classifica dei prodotti più ristampati di sempre.

In passato, da persone evidentemente superficiali, sono state spesso messe sul medesimo piano. In realtà, se escludiamo le componenti predisposte del tipo, mi sento senza dubbio di affermare che DC vanta un target più ampio e può tranquillamente essere definito "commerciale".
Non a caso, Aoyama non ha mai disdegnato il fanservice, immettendolo con grande sapienza; in questo sono stati fondamentali diversi fattori (commedia), grazie ai quali ha reso ricco il proprio titolo.
Il primo è la trama: nonostante gli sviluppi avvengano ormai di rado (complice due cose: una struttura buona ma schematica, che la condiziona, e l'apprezzamento di cui Detective Conan gode come settimanale), l'autore può vantare una delle storie meglio costruite dell'ambito shonen, capace di generare interesse e priva di incongruenze. Il punto di forza è rappresentato proprio dai casi che la compongono.
In secondo luogo vi sono le vicende amorose: sappiamo tutti che costituiscono una forzatura in contrasto col genere, tuttavia non si può ignorare come molti legami vengano approfonditi, anche se il modo in cui occorre talvolta denota mancanza di originalità.
Per tutto ciò, tolleriamo maggiormente ad egli le sue ultime produzioni, che hanno evidenziato un calo nella sceneggiatura e scarsa suspense.


In Kindaichi (più splatter, più dramma, casi più lunghi con ritmo narrativo più dinamico e maggiori avvenimenti) il discorso è differente, giacché è incentrato unicamente sulla parte gialla, che viene sviscerata in ogni sua forma.
La soprannaturalità, denigrata da molti, è un elemento ricorrente ma di pura facciata, con cui si gioca spesso.
Vi troverete inoltre davanti a qualcosa di più maturo, introspettivo, e soprattutto emergerà la visione dei creatori nei confronti di un tema di grande rilievo: la giustizia.
Difatti, saranno facilmente riscontrabili personalità dal passato tragico, ricche di paure e angosce, con le quali sarà possibile immedesimarsi. Mediante la loro figura, ci verranno impartiti grossi insegnamenti di natura morale.
Parlare di questo in Detective Conan equivale ad entrare in un campo minato, in quanto vigono parecchi pareri contrastanti per una precisa scelta dell'autore: ossia la caratterizzazione estremamente marcata del protagonista.
A causa di Aoyama (che esprime i suoi pensieri attraverso questo personaggio), sostengo che Shinichi sia penalizzato da un accostamento messo in chiaro sin dall'inizio, quello con Sherlock Holmes.
Da quest'ultimo ha ricavato tutto, anche un tratto caratteriale che impedisce alcuna varietà nei casi.

Difficile parlare dei PG, dato che il raffronto si pone tra due scuole di pensiero diverse che hanno il merito di non essersi snaturate; con la trama in mezzo, DC ha il costante bisogno di introdurne, finendo per lasciare indietro gli altri e risultare piatti. Anche in Kindaichi gli stereotipi non mancano, ma in generale spiccano per aspetti più concreti e reali.
Realistico è anche il ruolo a cui viene relegata la donna nel manga serializzato sullo Shonen Magazine: secondario. Questo sottolinea un lato non edificante della società giapponese, ovvero il forte maschilismo.

Avete ragione, avrei potuto essere più prolisso.
Mi ero prefissato però degli obbiettivi precisi: farvi conoscere le opere elencandone le proprie peculiarità, ma menzionando al contempo i difetti, per un'analisi a tutto tondo.
Si tratta di un articolo scritto unicamente in funzione di una determinata categoria, per la quale i dettagli non sono necessari.
La scelta fra questi prodotti di qualità dipende esclusivamente dalle esigenze di un lettore / spettatore.
Alla prossima.

martedì 1 luglio 2014

Repubblica: “La legge anti-pedofilia risparmia i manga”

 
Il titolo fa riferimento alla testata dell’articolo rilasciato sul noto quotidiano lo scorso 19 giugno.
Che potete consultare qua.
Per una volta, ho deciso di scendere in campo al fine di difendere la “nostra” categoria, per anni bistrattata. Naturalmente nei limiti del possibile.
Nulla di nuovo sotto il sole, affermerebbe qualcuno, ma di certo è innegabile come Giampaolo Visetti si sia basato su un tipico luogo comune. Pertanto approfitto per dire che generalizzare è sbagliato in ogni contesto.
All’interno viene messo in chiaro sin da subito che la parola “manga” significa “immagini stravaganti”, quando in realtà con questo termine ci si riferisce unicamente alla nona arte, ovvero il fumetto giapponese.
Nel nostro paese c’è sempre stata estrema cautela con questo genere di prodotti, a detta di molti diseducativi e volgari.
Personalmente penso che abbia influito in maniera negativa anche il modo attraverso cui sono stati proposti per anni sulle varie emittenti televisive, con modifiche dei dialoghi ed un sacco di censure. L’intento di renderlo qualcosa di adatto solo ad una fascia d’età bassa, era palese.
I manga presentano varie analogie con un genere letterario molto conosciuto, vale a dire le fiabe.
Esse tendono a narrare percorsi di crescita o storie con insegnamenti dal carattere morale, ma la prima grossa influenza, è costituita proprio dal mondo reale.
Su ogni storia incide il periodo in cui viene scritta, e collega i lettori con un mondo che non comprendono pienamente sottolineando le paure e le esigenze.
Le accuse che solleva il giornalista, appaiono subito sterili: difatti all’interno del panorama nipponico sono presenti diversi tipi di racconti inerenti il fumetto, i quali indirizzano il lettore e permettono ad egli di scegliere ciò che più ritiene adatto per se.
Le componenti di cui parla, quantunque proposte anche in maniera discontinua, descrivono la natura dell’essere umano da una prospettiva particolare.
Non si limitano ad intrattenere, ma assumono un valore pedagogico giacché sono coadiuvate ad un’incredibile varietà sul piano delle tematiche, dal migliore al peggiore.
Insomma, gli autori forniscono la propria interpretazione della realtà.
 
In Giappone, nonostante il persistente tradizionalismo, tramite questo settore (le cui stime dovrebbero aggirarsi attorno ai 5,5 miliardi) sono riusciti a risollevarsi dalla seconda guerra mondiale ed hanno trovato un nuovo modo per combattere le discriminazioni sociali.
In Cina vengono intruppati, in Francia vantano il primato a livello educativo; qua in Italia d’altro canto non facciamo niente. Pertanto certi comportamenti, figli di innumerevoli motivi, dovrebbero essere accolti in maniera diversa.
Voglio concentrarmi su una cosa: in molti attribuiscono al giornalismo una delle principali cause della situazione attuale del nostro paese. Francamente mi ritrovo in quelle parole.
In questo caso un argomento complesso quale la pedofilia fa da sfondo, allo scopo di condizionare il popolo italiano. Tutto viene enfatizzato, e l’informazione perde ogni qualsivoglia forma di validità.
Presumo sia questo il destino dei propri contenuti una volta ottenuti dei contratti onerosi con determinati sponsor, o sbaglio?
Cosa manca, dunque? L’equilibrio.
 
Inoltre spiegatemi in base a quale criterio un corrispondente di Pechino possa occuparsi di temi riguardanti un altro stato. Perché è questo che Visetti ha fatto.
Noi estimatori di questo prodotto puramente catartico abbiamo ben poco da recriminarci, questa vicenda ha messo in luce ulteriormente l’ipocrisia di una fetta consistente del sistema mediatico.
Alla prossima.

mercoledì 4 giugno 2014

Top 5 – Shonen Manga Moments


Oggi inauguro un nuovo tipo di articolo, per permettere ai lettori di conoscere meglio ciò che ho letto nell'arco degli anni.
Nello specifico menzionerò i 5 contesti che mi sono rimasti più impressi e che ho seguito con maggiore interesse.
Naturalmente è inutile dire che la scelta di essi, è puramente soggettiva.


5° Posto: Il confronto fra Kurapika e Ubo (Da “Hunter x Hunter” di Yoshihiro Togashi, saga di York Shin City)


Potevo includere di meglio? Probabilmente sì.
Ma questa è significativa poiché qui sono emersi per la prima volta i progressi compiuti da Togashi e la straordinaria capacità di egli di immettere contorni di vario genere all'interno delle proprie opere.
Contrariamente a quella che lo ha consacrato, in HxH la psicologia dei PG traspare anche attraverso i pensieri e le parole adottate. E si tratta di una cosa che in Yu Yu risaltava meno, poiché traspariva solo mediante ciò che essi compivano.
Come alludevo, il tutto è valorizzato da un'ambientazione horror. Difatti se precedentemente siamo abituati a contesti ricchi di divertimento e la presenza di espedienti narrativi comuni alla maggior parte degli shonen battle, in questo caso l'autore sfodera il meglio di sé proponendo una situazione di grande suspense.
Da brividi.


4° Posto: La morte di Hideyuki Makimura (Da “City Hunter“ di Tsukasa Hojo)

Tsukasa Hojo è l'esempio massimo di come un autore possa fidelizzare il proprio pubblico anche disegnando molte storie slegate fra di loro.
Il merito di questo? Personalmente sono sempre rimasto ammaliato dal grande realismo che ha saputo imprimere.
In City Hunter sono facilmente riscontrabili un sacco di citazioni all'epoca in cui è stato serializzato, e lo stile dei suoi disegni, vanta un dinamismo incredibile. E' un prodotto godevole e raramente noioso.
Ho selezionato questo momento poiché, narrativamente parlando, ha il compito di inserire in maniera stabile, la figura di Kaori. Ovvero la protagonista femminile.
Da quell'istante l'autore darà sfogo a tutta la propria vena comica, giocando sull'immedesimazione dei lettori.


3° Posto: Ricordi (Da “Kaito Kid” di Gosho Aoyama)


Come ben saprete, Aoyama ha esercitato una grossa influenza su di me. Probabilmente non avrei un blog, o, senza essere drastici, non tratterei determinati argomenti all'interno di esso.
Tuttavia ha molti difetti. E gli rimprovererò sempre di aver immesso nella sua opera principale, vicende amorose trattate in maniera estremamente ripetitiva, che in Giappone (purtroppo) tendono ad essere apprezzate da una fetta importante del fandom. Quindi perchè proporre qualcosa di più complesso e che conosci poco quando gli schemi collaudati funzionano perfettamente?
La componente amorosa riveste un ruolo importante anche in un manga in pausa da innumerevole tempo, e che l'autore ha spesso pubblicizzato in Detective Conan tramite la scrittura di casi i quali prevedono la presenza di personaggi non appartenenti a quell'universo.
Il contesto in questione è famigliare anche agli affezzionati dell'anime italiano di DC, non solo per la presenza del loro protagonista, bensì perchè questa storia contribuisce alla composizione dello special 219, tradotto barbaramente dalla Merak col titolo de “La leggenda di Furto Kid”.
Nell'arco di tutto questo tempo, rimane l'unica situazione a sfondo amoroso da lui prodotta che mi ha colpito.
Il motivo? Molte presenti in Detective Conan sono forzate e irreali, ed i personaggi perdono parte della loro caratterizzazione per adattarsi a segmenti penalizzati dalla voglia di protrarre.
Come dico sempre, per essere compreso a fondo il personaggio di Kaito va letta l'opera con cui Aoyama ha esordito nel panorama nipponico. Qui ci viene mostrato come lui non abbia dimenticato gli insegnamenti del padre e quanto sia importante il rapporto con Aoko, rievocando un'esperienza passata. Ed il gesto stesso da lui compiuto e presente nell'immagine che ho pubblicato, è un riferimento alla figura di Toichi.
Può sembrare banale, ma è semplice e mi ha saputo coinvolgere.


2° Posto: Il sacrificio di Minato e Kushina (Da “Naruto” di Masashi Kishimoto, saga del controllo del Nove Code)

Questo spezzone è tratto da quello che a mio avviso può definirsi l'ultimo grande lavoro di Kishimoto. Difatti mi aggrego alla delusione dettata da una saga finale caratterizzata dall'incoerenza.
In questo caso però c'è poco da dire, l'autore non ha mai brillato quando si è cimentato con gli approfondimenti psicologici, ma a livello emotivo, sa impressionare il lettore.
Per i modi in cui è avvenuto, si tratta anche di un manifesto a sfavore dell'egoismo.
A mio avviso è difficilmente eguagliabile.


1° Posto: Il flashback di Hiei (Da “Yu Yu Hakusho” di Yoshihiro Togashi, saga dei Tre Re)


Mi sono già espresso nell'articolo apposito: Togashi ha saputo delineare in maniera perfetta il carattere di ognuno dei suoi co-protagonisti, facendogli intraprendere dei percorsi di grande crescita. Cosa di certo non apprezzabile ovunque.
Perchè ho deciso di premiarlo? Perchè nonostante la scarsa qualità dei disegni, ho atteso questo momento per due saghe intere.
E quando l'ho finalmente letto, l'ho adorato.
Gode di estrema profondità ed ha il compito di definire la figura di Hiei.
La solitudine, il disprezzo per il villaggio che l'ha ripudiato, la ricerca della sorella e la gemma, il mutamento del proprio carattere. Insomma, senza di esso, forse non sarebbe il mio personaggio preferito.
Gli approfondimenti proposti prima dell'annuncio dell'inizio del torneo (sottolineati poco dal fandom), tendono in parte a smorzare l'attenzione circa l'inconcludente finale. Quantomeno per me.


Vi do appuntamento alla prossima.

mercoledì 14 maggio 2014

Yu Yu Hakusho

 
Quest’oggi voglio parlarvi di una delle opere più famose presenti nell’ambito shonen, tanto criticata per il proprio finale quanto amata, e che nel corso degli anni ha venduto quasi 50 milioni di copie, consolidandosi e influenzando molti manga comparsi successivamente mediante design dei personaggi, peculiarità caratteriali di essi, trasformazioni e quant’altro.
Quello che in Italia conosciamo come Yu degli Spettri, nasce dall’estro di Yoshihiro Togashi, un autore estremamente metodico ma anch’esso molto criticato e riconosciuto da molti per la propria sedentarietà e le lunghe pause. In quella che può certamente definirsi la prima opera di rilievo (le altre prodotte fino a quel momento sono autoconclusive), la sua diversità viene subito messa in risalto, con la scelta di far morire il proprio protagonista.
Malgrado avremo modo di ammirare le sue vere potenzialità qualche anno più tardi con Hunter x Hunter, si rivela un’opera, per il periodo in cui è stata serializzata, molto profonda e ricca di divertimento.
E a differenza di quest’ultima, vanta una narrazione più scorrevole, che la rende innegabilmente più consona ad un pubblico ampio, composto anche dal cosiddetto “lettore medio”, nonostante sia altresì cruento come il suddetto.
Hunter x Hunter pur essendo qualitativamente superiore, non disdegna della presenza di situazioni pesanti e verbose, le quali per molti possono costituire un limite, in quanto implicano una notevole attenzione, e chiaramente un lettore abituato all’azione, si può facilmente annoiare.
Da qui il motivo della mia esternazione.
A mio avviso ogni qualsivoglia paragone con opere prodotte in un periodo differente, risulta immediatamente forzato, poiché in seguito ne sono state pubblicate di più complete e variegate. Nel 1990 (periodo in cui è stato percepito) dominava l’intero panorama Dragon Ball, che, tralasciando il discorso riguardante i meriti i quali gli vanno riconosciuti, gode di estrema sopravvalutazione, visto che con il passare del tempo si snatura e diviene uno shonen abbastanza piatto, dove i temi trattati sono sempre gli stessi. Se il manga di Toriyama è il precursore del genere, in Yu Yu cominciamo a vedere una maggiore enfatizzazione e complessità dei poteri corredati (esempio eclatante quello dei territori, che verrà poi, senza successo, ripreso in Bleach).
Inoltre gli scontri racchiudono un giusto mix, dove viene data rilevanza sia alla loro spettacolarità che al proprio aspetto tattico, che comunque nel già citato Hunter x Hunter risalterà maggiormente e si affermerà come una delle caratteristiche peculiari.
Da menzionare il fatto che in essi, l’autore definisca fortemente i progressi dei propri PG, attraverso scelte che il lettore non può prevedere, in quanto non ne viene dato segnale. Peraltro, sanno variare molto dai contesti proposti e non risultano mai uguali o ripetitivi.
Per raccontarli è spesso ricorso alla tattica del narratore onnisciente.
Tutte queste caratteristiche hanno contribuito a farmi apprezzare l'operato di Togashi: reo di aver prodotto un manga che spicca anche per la varietà delle tematiche trattate, alcune delle quali ancora molto contemporanee (bullismo, suicidio giovanile). Senza contare che la componente fantascientifica, che gli scontri comportano, può imporre delle forzature; a maggior ragione perché l’ambientazione fantasy (che poteva sicuramente essere approfondita di più), per buona parte della storia, è assente.
Presumo che anche questo abbia spinto qualche anno più tardi Togashi alla realizzazione di un’opera interamente fantasy, perché nonostante in termini di vendite e popolarità (da Yu Yu sono stati ricavati due film e innumerevoli videogiochi, senza contare il posto di rilievo riservato in quello prodotto per i 45 anni del Jump) sia stato ripagato degli sforzi, non è stato pienamente compreso, malgrado tutte le citazioni all’epoca in cui la storia si svolge e l’inserimento dei suoi pensieri all’interno, che la rendono senza dubbio densa.
 
 
In quest’opera vi è anche un’innegabile centralità del protagonista, che ha comunque permesso all’autore di delineare bene psicologicamente il carattere dei suoi co-protagonisti, attraverso delle grandi storie di crescita interiore.
Oltre a disporre di uno spiccato realismo, si può tranquillamente dire che si completino a vicenda; Kuwabara è il classico tipo che alla lunga emerge grazie alla propria perseveranza, Kurama è una persona calma e riflessiva ma che in momenti d’ira diventa vulnerabile, Hiei (da cui Kishimoto si è ispirato per il design di Sasuke) compie un’evoluzione incredibile e allo stesso tempo coerente caratterizzata dal dolore ed il tormento, ma mantenendo il fascino che da sempre lo rappresenta. In più Togashi si è saputo mettere alla prova in un campo che in Hunter x Hunter non avremo modo di esplorare per l'analisi di essi, il flashback.
Menzione d’onore per gli antagonisti, i quali vantano storie profonde alle spalle e delle personalità eterogenee supportate da una forte caratterizzazione introspettiva (specie Toguro), che li rendono davvero credibili.
Lungo il percorso incrocerete anche numerose autorità scarsamente approfondite ma comunque distinguibili sul piano del design, le quali occuperanno un determinato ruolo per poco tempo all'interno della narrazione, adattandosi ad un ruolo di transizione meramente dettato dalla sceneggiatura. Un lettore di battle shonen abbastanza navigato avrà sicuramente preso confidenza con queste personalità secondarie, che negli anni si sono alternate in svariate opere del genere.
Nella versione cartacea poi affiora notevolmente che Togashi non si affida agli assistenti per la realizzazione delle tavole, ma nonostante questo, riesce a caratterizzare i personaggi mediante dei primi piani stilisticamente impressionanti, i quali riescono a esprimere alla perfezione ciò che egli mira a descrivere.
Questi personaggi nel bene e nel male contribuiscono alla crescita del protagonista, che per quanto stereotipato risulta comunque essere una figura approfondita e dotata di grande carisma.
  
 
Altrettanto vero che non è esente da difetti, eclatante a mio avviso la mancanza di un personaggio femminile di spicco; qualcuno probabilmente potrebbe controbattere affermando che è un problema comune per la maggior parte degli shonen (Naruto e Dragon Ball costituiscono due esempi tangibili, tuttavia nel primo caso Kishimoto ha maggiori responsabilità, poiché Sakura non è vincolata come Bulma ed è in grado di prendere parte alle battaglie) ma a mio avviso non è da sottovalutare il fatto che Togashi non si sia impegnato molto sulla caratterizzazione di Keiko, la quale incarna perfettamente lo stereotipo della donna giapponese, e tende ad essere relegata spesso a ruoli di secondo piano.
Sotto quest’ottica, Genkai già è più presente, ma il suo compito nella storia è totalmente differente ed all’interno di essa non avviene alcuna crescita.
La causa penso vada ricercata nel peso che Dragon Ball ha avuto sulle scelte dell'autore.

Inoltre i più attenti si saranno certamente accorti del cambio di stile che avviene; nella fase iniziale Yu Yu, nonostante un impianto narrativo alquanto sconclusionato, si pone come un gag manga. Ecco, penso che altri due difetti siano quelli che possono definirsi le estremità dell'iceberg, ovvero l'inizio e la fine.
Non mi piace criticare a caso solo per non aver visto contrapposti i miei personaggi preferiti, tuttavia preservo e preserverò sempre il dubbio su come sarebbe potuto essere l'arco narrativo finale, che a mio avviso, proprio a causa della bravura dell'autore nel definire i suoi personaggi e creare così tanti misteri, aveva immense potenzialità. Tuttavia fino a prima dell'inizio del torneo la saga era stata gestita bene, con molti legami approfonditi ed un significativo passaggio di consegne fra padre e figlio in un tripudio di omaggi alla razza umana, argomento ricorrente e che offre spesso spunti di riflessione.
Risulta palese come Togashi lavori meglio con la trama a disposizione, pertanto questo cambiamento sollecitato dalle influenze dell'epoca contribuisce ad innalzare qualitativamente il prodotto.
Ovviamente sono facilmente riscontrabili le tipiche componenti adottate dagli autori per rendere la propria opera conforme alla rivista: costanza, amicizia, e, in seguito, vittoria.

Che cosa voglio dire? Che in Hunter x Hunter tutto è estremizzato XD
Scherzi a parte, trovare racconti di tale spessore quando di questo genere non erano ancora stati esplorati tutti gli aspetti, è un’assoluta rarità.
 
Ci tenevo particolarmente a scrivere quest’articolo inerente la mia opera preferita, che nel 1994 lasciò un grosso buco e ispirò quelli dello Shonen Sunday alla realizzazione di un manga intitolato Flame of Recca, che può tranquillamente definirsi un vero e proprio plagio: a partire dai ruoli dei PG (anche se con dei design meno riconoscibili), ai contesti (riproposizione di un torneo su un’isola), le scelte narrative e le tecniche.
Gli do comunque atto di rientrare fra i manga più importanti e conosciuti degli anni 90.

Sostanzialmente, ho cercato di descrivervi Yu Yu Hakusho sotto un’altra prospettiva, e spiegando perché alcuni paragoni che vengono fatti giornalmente sono sbagliati. Soprattutto non bisogna iniziarla con l’intento di trovarsi davanti ad un emulo di Hunter x Hunter.
Stiamo parlando di un’opera, che forse è stata inconsciamente usata come trampolino di lancio dallo stesso creatore, visto che alcuni elementi vengono ripresi ed ampliati in seguito (dalle dinamiche di narrazione al Nen, organizzato in maniera dettagliata e che permette ad egli di svariare in un campo ricco di possibilità), ma che ha esercitato un’enorme influenza e che ancora oggi viene ricordata come una pietra miliare nella storia della rivista su cui è stata pubblicata. Capace magnificamente di alternare più situazioni, intrattenere e rinnovarsi in positivo.
Vi comunico che dal 4 giugno sarà reperibile mensilmente in tutte le fumetterie la Perfect Edition; Togashi, aldilà di alcuni limiti caratteriali e fisici, resta il miglior autore di cui il Jump dispone, malgrado le sue produzioni, seppur di qualità eccelsa, non possano certamente ritenersi adatte a tutti. Yu Yu, come ho fatto notare, è quella più “mainstream”.

Inutile consigliarvi la lettura, alla prossima.