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lunedì 2 gennaio 2017

Lamù – Beautiful Dreamer

 

Anno: 1984
Formato: Lungometraggio
Produzione: Studio Pierrot
Disponibilità: Yamato Video

Mamoru Oshii rientra certamente nella categoria dei registi giapponesi più rinomati all’estero assieme ad Hayao Miyazaki e Katsuhiro Otomo. Personalità risoluta, vive la gioventù in un periodo di grande mutamento per il paese, partecipando in prima persona alle contestazioni studentesche organizzate a causa dei rapporti con gli Stati Uniti, eventi che lo forgiano avvicinandolo agli scenari politici.
In ambito lavorativo è conosciuto per essere uno dei maestri della fantascienza impegnata, abile nell’imbastire le sue produzioni con grandi riferimenti alla cultura orientale.
Non esiste una scrittura impersonale, per lui il cinema non è fonte d’evasione quanto un’opportunità per approfondire le proprie (come ama definirle) ossessioni.
L’arrivo allo Studio Pierrot in pieno “Anime Boom” (sollecitato anche dai nuovi modelli di fruizione), gli permette di partecipare ad una serie come Lamù che raggiunge settimanalmente il 20% di share, e che diventa fondamentale nell’interpretare un’epoca: esprime il benessere sociale derivante dall’economia. Siamo infatti ancora lontani dallo scoppio della bolla speculativa.
Perfettamente consapevole che il modo di narrare cambia a seconda del medium, la sua poetica è influenzata dall’invasione cyberpunk che avviene nella seconda metà degli anni 80, tuttavia questo lungometraggio getta le basi del suo stile.
Inutile dire che nei prodotti destinati alle sale cinematografiche è difficile sperimentare tecniche alternative poiché si punta al guadagno facile per far rientrare i costi, ed i registi generalmente cercano di non snaturare il franchise, ma Oshii non è il tipo che asseconda le esigenze dello spettatore medio solo per denaro, difatti la pellicola riscuote poco successo ai botteghini, anche se col tempo finisce per essere rivalutata.
Proprio 2 anni fa è stata rilasciata la versione Blu-Ray, e sono attese novità anche per il mercato italiano.


Non è un caso che Rumiko Takahashi, autrice la quale ha saputo unire come poche altre un collettivo ampio e variegato, abbia detestato il lavoro di Oshii, giacché assistiamo ad uno stravolgimento completo del concept della storia.
La visione dei primi minuti può ingannare, ma poi i toni divengono più seri, l’immedesimazione sale, l’analisi introspettiva si fa largo, l’immagine assume finalità metaforica e la scena nuova si oppone alla convenzione precedente, enfatizzando l’aspetto fantastico nella forma più concettuale e astratta.
Se l’efficace binomio fra sequenze dialogate e riflessive funziona, il merito è di una sceneggiatura eccellente che offre possibilità di espressione sterminate anche attraverso linguaggi diversi, fino ad arrivare al punto nel quale ogni cosa si genera e distrugge, in cui i personaggi sono impotenti dinnanzi al divenire, dove gli scenari post-apocalittici iniziano ad occupare in maniera consistente la vicenda.
Oshii espone gli elementi a lui più cari: si passa dall’esistenzialismo all’indagine metafisica, senza dimenticare l’atmosfera onirica che poi riprenderà appena 12 mesi dopo in “Tenshi No Tamago”, donando quel senso utopico all'esposizione.
Nessuna negazione della realtà oggettiva ed effettiva, ma viene a mancare uno dei principi fondamentali del cinema, quello per cui il pubblico deve sempre capire tutto, verso l’esaltazione di un fruitore diverso.
La struttura, piuttosto circolare, lascia l’analessi per l’epilogo, mantenendo dunque un ritmo narrativo continuo per intero.
Nonostante la cifra non elevatissima stanziata, la regia si dimostra veramente accurata, in virtù di quell’idea secondo cui la forma prevale su tutto; aldilà degli ottimi disegni, è Oshii stesso a sbizzarrirsi con le inquadrature.
Talvolta, la narrazione cede il passo alla sembianza visiva, con gli sfondi che giocano un ruolo importante poiché occupano gran parte della fotografia finale.
Merita una menzione anche il comparto sonoro, che non manca di far sentire il proprio apporto nei momenti decisivi accentuando lo stato di inquietudine dei protagonisti.


“Beautiful Dreamer” non è solo una celebrazione dell’adolescenza, estrema provocazione al mondo otaku e primo manifesto artistico di un regista capace di prendere un’opera senza pretese e renderla pregna di significati. È un grandissimo prodotto proprio perché non condivide nulla con l’originale.
A distanza di oltre 30 anni, questo film dal taglio surrealista così saturo di citazioni dallo stampo storico, rimane uno dei più grandi di sempre, quantomeno fra quelli tratti da serie televisive.
                    
Voto: 9

lunedì 12 dicembre 2016

Black Jack – Dieci Indagini Nel Buio


Anno: 1993 – 2000
Formato: Serie OAV – 10 Episodi
Produzione: Tezuka Productions
Disponibilità: Yamato Video

“Sono convinto che i fumetti non debbano solo far ridere. Per questo nelle mie storie trovate lacrime, rabbia, odio, dolore e finali non sempre lieti” – Osamu Tezuka

I primi anni 70 sono considerati il periodo più difficile di tutta la carriera di Osamu Tezuka: la sua rivista COM è costretta a cessare ogni attività a causa di problemi aziendali, e come se non bastasse rassegna le dimissioni dalla Mushi Production, lo studio di animazione fondato da lui stesso nel 1961, il quale 2 anni dopo finisce in bancarotta, generando molto clamore a livello mediatico. Nonostante l’addio, decide di caricarsi sulle spalle tutti i debiti.
Inoltre, la critica reputa il suo lavoro ormai superato. Ai nuovi autori è permesso lavorare in un clima diverso rispetto a Tezuka, in quanto liberi dalla censura del dopoguerra e chiaramente più espliciti a livello di storia e tematiche. Ciò li rendeva più interessanti agli occhi dei lettori.
Come sempre, anziché farsi trascinare dagli eventi, risponde con grande caparbietà, realizzando in quella decade un numero elevatissimo di opere, più che in ogni altra fase della sua vita professionale.
Tezuka, una delle figure più importanti della cultura popolare nonché responsabile del boom dell’animazione televisiva in Giappone, deve però confrontarsi con un paese in crisi in ogni settore produttivo.
Nel 1973 gli viene richiesto di scrivere una serie in quattro parti al fine di celebrare i suoi personaggi più conosciuti. Black Jack, creato solo per mantenere continuità nella storia, vi appare per la prima volta.
Il successo riscosso è clamoroso: il manga si protrae per oltre un decennio, fino ad incrociare gli anni 80, epoca di mutamenti e globalizzazione, dove l’interesse per la cultura nipponica si espande a dismisura all’estero.
Per la realizzazione dell’opera tornano utili gli studi di medicina praticati da Tezuka presso l’università di Osaka.
Il mangaka diventa sempre più richiesto anche dai media internazionali, ma è solo dopo la sua morte che il geniale chirurgo spesso paragonato a Batman, ottiene la propria trasposizione animata.


Siamo nel 1993, e per la regia non viene chiamato un nome a caso, bensì Osamu Dezaki, stretto collaboratore di Tezuka, fra i fondatori della Madhouse nonché uno degli uomini più stimati alla Tokyo Movie Shinsa, il quale dopo un periodo trascorso fuori dal paese, rientra in patria nello studio di animazione aperto dal maestro 25 anni prima per gestire i suoi progetti fumettistici.
Il character design, particolare e con maggiore propensione verso i volti femminili, è del fidato Akio Sugino.
Al loro nome sono legate serie come Rocky Joe, Jenny La Tennista, Space Adventure Cobra e Caro Fratello.
Il lavoro viene rilasciato sul mercato degli OAV, formato redditizio che lungo gli anni ha permesso a numerosi registi di affinare la propria arte (Kawajiri su tutti), giacché utile a sperimentare tecniche alternative con un ritorno economico sicuro grazie alle licenze.
Dopo infatti numerose battute a vuoto nei cinema, si comincia a stringere i fondi evitando rischi.

Black Jack è un viaggio all’interno del folklore nipponico, una storia matura e d’avanguardia che rispecchia la realtà contemporanea, che adegua l’animazione ai canoni del cinema e della letteratura, libera da futili convenzioni narrative, che soddisfa anche gli spettatori più giovani cresciuti con videogiochi e musica pop, mischiando innumerevoli generi.
Si passa dal militarismo a vicende dai forti contorni storici e politici, evidenziando l’aspetto drammatico, attraverso una molteplicità di scelte stilistiche frutto della personalità poliedrica dell’autore, con un ritmo narrativo più lento e meno incline al pragmatismo.
Ci viene presentato un prodotto duraturo e versatile dove egli ha la possibilità di dare libero sfoggio alla sua fantasia con precisi rimandi sociali e talvolta ambientalistici, in un contesto privo tuttavia di riferimenti temporali.
Attraverso l’anticonformismo del protagonista, Tezuka rigetta tutto il proprio disprezzo nei confronti delle istituzioni mediche.

In “Dieci Indagini Nel Buio” affiora il significato della vita, di conseguenza scegliere la migliore fra queste 10 storie è un esercizio puramente soggettivo.
Inutile dire che siamo dinnanzi ad uno dei capostipiti dell’ambito preso in esame, ne raccomando pertanto la visione assieme al lungometraggio “La Sindrome di Moira” del 1996.

Voto: 8

domenica 20 novembre 2016

Capitan Harlock – L’Arcadia Della Mia Giovinezza

 

Anno: 1982
Formato: Lungometraggio
Produzione: Toei Animation
Disponibilità: Yamato Video

Oggi torniamo indietro nel tempo, nello specifico a quella che è ricordata come l’epoca d’oro, non solo dell’animazione giapponese, a causa del boom consumistico in vari settori, per parlare di una delle figure più iconiche e discusse di sempre.
Capitan Harlock è il personaggio più antico dello sterminato universo di Leiji Matsumoto. Risale al periodo del dopoguerra, quando un allora 16enne partì dall’isola di Kyushu fino ad arrivare a Tokyo per trasferirsi in un pensionato per studenti, colmo di speranze e sogni.
Come dichiarato recentemente, forse non li ha realizzati tutti, ma di sicuro ci è andato molto vicino.
Noi ci concentriamo sul 1982, quando ormai consacrato supervisiona un progetto serio e ambizioso: il debutto cinematografico dell’antieroe per eccellenza.
L’intento è quello di celebrare il ventennale della Tokyu Agency ma anche di pubblicizzare l’approdo della serie televisiva in autunno, ponendosi a tutti gli effetti come un prequel.
A capo della direzione artistica troviamo Tomoharu Katsumata, uomo fedele della Toei, già conosciuto per aver offerto il proprio contributo a serie mecha come Mazinger Z, Getter Robot e UFO Robot Grendizer.
Viene ripresa l’astronave del primo film di Galaxy Express 999, risalente a ben 3 anni prima. Sorgono anche dei contrasti, siccome il merchandising del primo è prodotto dalla Bandai, mentre Harlock tiene la Takara come sponsor.
Il nome Arcadia non è a caso, in letteratura allude al rapporto pacifico fra uomo e natura, elemento già ricorrente in un’altra delle sue serie: la Corazzata Spaziale Yamato. La Terra appare come un ambiente naturale da preservare.
Con sorpresa di molti, la sceneggiatura si compone attraverso una raccolta di storie brevi realizzate dal maestro in periodi diversi della propria carriera.
Una modifica in evidente controtendenza al cartaceo riguarda un aspetto che racconta molto della sua filosofia: il finale è sempre meno importante della motivazione che lo crea.
Per questo i suoi manga possono essere visti come inconcludenti. Tuttavia nell’anime ha dovuto necessariamente collaborare per soddisfare le esigenze della massa.
Il primo impatto è ricco di spunti: Matsumoto rappresenta una società no-global dove i regimi totalitari e il capitalismo privato hanno preso il sopravvento, soffocando e al tempo stesso manipolando le persone, dove la diversità non è ammessa.
Si espongono concetti che il pubblico di allora non comprende fino in fondo, basti pensare all’involuzione delle classi medie e alle macchine che ormai hanno finito per sostituire l’uomo.
La narrazione è prettamente incentrata su toni drammatici, richiede un’attenzione costante, e non disdegna le sequenze statiche.
Il tenore della pellicola permette alla psicologia dei PG di emergere: tutti i comprimari sono rappresentati in maniera viva, densa e complessa. E per l’unica volta abbiamo la possibilità di ammirare il protagonista innamorato, che sotto la bandiera del teschio combatte per i propri ideali.
A tutto ciò si aggiunge una regia eccezionale: grafica, fluidità delle animazioni e disegni che sovrastano gli standard dell’epoca.


In Italia è stato trasmesso in svariate occasioni, come nella consueta fascia pomeridiana diviso in 4 parti e in seconda serata negli anni 90.
Una nota dolente riguarda l’adattamento. Già nella serie del 1978 furono applicate pesanti censure.
Nella scena iniziale, tratta da una storia corta del 1973, dove i produttori giapponesi han voluto presentare il personaggio in età adulta, ci sono gravi stravolgimenti nei dialoghi: nell’originale parla l’antenato, mentre nella versione nostrana si sente il protagonista. E viene anche aggiunta una frase che lascia supporre la morte dell’avo, come se questo possa servire a giustificare in qualche modo.
Inoltre vengono eliminati tutti i riferimenti legati al fatto che il parente di Harlock appartenesse alla Luftwaffe.
Non è un segreto che Matsumoto abbia scritto numerose storie attorno alla figura di giovani piloti tedeschi calati nel contesto della seconda guerra mondiale.
Sempre nei primi minuti, quando la narrazione si sposta sul protagonista, c’è una frase sugli Illumidiani rivisitata: Harlock, infatti, si domanda con aria sconsolata se lo attende la fine, mentre in Italia tale concezione umana lascia spazio ad una banalissima frase di speranza. E questo elimina completamente il pessimismo che pervade l’opera e riempie la poetica del maestro.
Sottigliezze, direbbero alcuni, ma in realtà quanto appena menzionato costituisce solo una piccola parte dei disastri combinati. Cambiamenti inaccettabili anche se si pensa al target rivolto.


A dispetto del 75% (e sto basso) delle produzioni destinate alle sale cinematografiche nipponiche tratte da un franchise popolare, che non aggiungono niente alla storia principale, questo lungometraggio approfondisce uno dei temi su cui verte la prima serie, ovvero il passato fra il protagonista e Tochiro.
Narra le origini di una delle epopee più importanti nella storia dell’animazione con tutto il senso di rivalsa tipicamente nipponico, dinnanzi ad una battaglia già persa in partenza. Il prodotto mantiene i lineamenti caratteristici dei lavori di Matsumoto: fantascienza, western, tematiche di libertà e guerra, senza tralasciare la critica sociale e politica.
L’Arcadia Della Mia Giovinezza è un film imprescindibile per ogni fan della serie, ma si presta anche a bacini d’utenza più ampi, visto che si tratta di un prologo e può essere compreso da tutti.

Voto: 8

martedì 15 novembre 2016

Nanatsu No Taizai – The Seven Deadly Sins


Anno: 2014 – 2015
Formato: Serie TV – 24 Episodi
Produzione: A-1 Pictures
Disponibilità: Netflix


La grande popolarità di cui gode questo prodotto offre una panoramica inerente al pubblico che fruisce dell’animazione giapponese.
La narrativa fantasy, pur non essendo per caratteristiche concepita verso un target specifico, è quella che certamente riscuote maggiore successo presso gli adolescenti, specialmente nei paesi occidentali. E si sa, il mercato editoriale punta a massimizzare i guadagni.
In quest’epoca è veramente difficile trovare opere che si assumono rischi a livello contenutistico, poiché sponsor e network non mancano di far sentire il proprio peso.
L’osservatore non crea il mondo, ma gli da senso. L’originalità significa tutto e niente al giorno d’oggi, poiché è veramente difficile creare qualcosa di nuovo senza attenersi agli innumerevoli canovacci narrativi.
Esiste, tuttavia, la tendenza ad emulare nella speranza di ottenere il successo altrui, perché cavalcare l’onda e riprendere le atmosfere di Dragon Ball e One Piece è sempre più facile che partire da zero.
Nanatsu No Taizai non si presenta come un titolo di pura evasione, mira a sottolineare i valori più puri attraverso un linguaggio molto semplice e comune, mantenendo una narrazione fresca e leggera.
Si viene catapultati all’interno di un universo di cui l’autore stabilisce da subito regole e leggi, salvo poi incappare in qualche svista, come le gerarchie di forza che col progredire della storia appaiono sempre più confusionarie e dispersive.
Chi si cimenta con questo genere non può inoltre ignorare l’importanza della documentazione, che qui risulta solo abbozzata.
L’introspezione non è contemplata, il setting sociale e storico non è assolutamente all’altezza, e non viene nemmeno sviluppato a causa di una sceneggiatura più avvezza al fanservice esasperato, che strumentalizza la figura femminile a più riprese.
Sappiamo che il Giappone non è il paese più facile da questo punto di vista, come testimoniano le riforme attuate al termine dell’era Meiji, ma il modo in cui quest’opera relega la donna è degna delle peggiori commedie amorose del secolo scorso. Avrei anche potuto accettarlo negli anni 80, ma ormai il panorama nipponico è notevolmente cambiato.
Insomma, un inno alla mediocrità; un’opera imbarazzante, rivolta palesemente ad una frangia molto giovane, la quale brucia un incipit interessante all’interno del solito mondo stereotipato, attraverso una struttura narrativa abbastanza fiabesca che mescola comicità, azione e dramma proponendo temi e situazioni scontate. Il character design infantile contribuisce allo scopo.
Ricordate quando Mamoru Oshii (Tenshi No Tamago, Ghost In The Shell, ecc.) affermò di produrre film soprattutto per se stesso? Ecco, qui invece abbiamo la prova lampante di tutto ciò che racchiude la fredda logica del consumismo giapponese.
Per una persona che guarda anime incessantemente dal 2009, è veramente troppo.


Voto: 5

domenica 26 ottobre 2014

Detective Conan – I difetti del London Arc


Nelle giornate 11 e 18 di questo mese, sono stati finalmente trasmessi gli episodi di Detective Conan i quali presentano Londra come ambientazione, che l’emittente “Super!” ha lanciato come eventi singoli consapevole del grande apprezzamento di cui godono.
L’articolo di oggi si focalizza su una domanda: tutto ciò è giusto?
La strategia degli emissari è condivisibilissima (sia per lo share che il brand), giacché questa vicenda ha generato grosso interesse fra il fandom, tuttavia occorre menzionare come il London Arc non abbia alcun nesso con la trama. Allora a cosa è dovuta questa popolarità?
A qualcosa che non dovrebbe esistere all’interno di un prodotto giallo: la componente amorosa, vera e propria sottotrama, che risulta invasiva.
Non avrei avuto nulla da ridire se Aoyama avesse usufruito unicamente della figura rimpicciolita del protagonista, invece, allo scopo di vendere qualche copia in più, ha creato un caso pieno di lacune e assolutamente poco realistico. Personalmente, non accetto quando un racconto si snatura, in contraddizione con le pretese iniziali.
Detective Conan, nonostante ormai non proponga più nulla di nuovo, può vantare un’ambientazione ben definita, grazie ai numerosi riferimenti alla cultura giapponese sparsi per tutta l’opera.
In questo caso il contesto è decisamente surreale.
Questo clamore deve far riflettere molti: assistiamo giornalmente ad inutili contrapposizioni in merito a quale produzione sia migliore di un’altra, dimenticandoci, però, che la percezione è soggettiva.
E tutto varia a seconda delle esigenze di una persona. Un prodotto di nicchia, ad esempio, non è sinonimo di opera matura. 


Per coloro che conoscono l’autore, questo potrà sembrargli un notevole passo indietro, visto che in passato è stato in grado di sfornare manga quali Yaiba ottimamente strutturati:

1) Incipit surreale: Cosa ci faceva quella donna in Giappone e cosa l’ha spinta ad invitare nella sua patria degli sconosciuti? Penso che l’unico commento il quale renda giustizia a questa scemenza, sia il seguente: LOL.


2) Assolutamente ridicolo il segmento al telefono, in cui il protagonista rivela di trovarsi a Londra. E vogliamo parlare di Ran che non dice nulla pur udendo la voce di Conan?


3) Le cascate di Reichenbach si trovano in Svizzera. E come potete constatare dall’immagine che ho pubblicato, Aoyama ha visitato Londra per prendere spunti ed ha annunciato la produzione di questo caso sin dal 2003.


4) In Inghilterra la sanità è pubblica, pertanto il movente non ha senso.


5) Come ha fatto Haibara a contattare la famiglia di Shinichi? Inoltre i tempi per l’arrivo a Londra non coincidono assolutamente.


6) Cosa sarebbe successo se Conan non si fosse trovato all’interno della struttura dove stava avvenendo l’incontro di tennis? Il metodo di Minerva è ingegnoso, ma anche limitante e poco credibile.


7) Nella realtà, se una persona si dichiara all’altra, e quest’ultima scappa, di certo non viene preso come un bel segnale. E poi, proprio tramite flashback?
Momento significativo, ma di mediocre intensità e debole sul piano della scrittura.

Ho avuto il piacere di presentarvi il London Arc; forzature, frettolosità, zero approfondimenti e soprattutto personaggi che perdono parte della loro caratterizzazione per adattarsi a contesti veramente assurdi.
L’idea di base era buona, ma non con questa dose massiccia di fanservice.

Voto: 4
Alla prossima.

domenica 28 settembre 2014

Detective Conan VS Kindaichi Shounen No Jikenbo


Quest'oggi voglio proporvi un confronto fra le due opere gialle più conosciute e rinomate del panorama nipponico, scritte rispettivamente da Gosho Aoyama, e l'accoppiata Kanari / Amagi (vero nome Tadashi Agi).
Si tratta di due manga ancora in corso di produzione, e che figurano all'interno della classifica dei prodotti più ristampati di sempre.

In passato, da persone evidentemente superficiali, sono state spesso messe sul medesimo piano. In realtà, se escludiamo le componenti predisposte del tipo, mi sento senza dubbio di affermare che DC vanta un target più ampio e può tranquillamente essere definito "commerciale".
Non a caso, Aoyama non ha mai disdegnato il fanservice, immettendolo con grande sapienza; in questo sono stati fondamentali diversi fattori (commedia), grazie ai quali ha reso ricco il proprio titolo.
Il primo è la trama: nonostante gli sviluppi avvengano ormai di rado (complice due cose: una struttura buona ma schematica, che la condiziona, e l'apprezzamento di cui Detective Conan gode come settimanale), l'autore può vantare una delle storie meglio costruite dell'ambito shonen, capace di generare interesse e priva di incongruenze. Il punto di forza è rappresentato proprio dai casi che la compongono.
In secondo luogo vi sono le vicende amorose: sappiamo tutti che costituiscono una forzatura in contrasto col genere, tuttavia non si può ignorare come molti legami vengano approfonditi, anche se il modo in cui occorre talvolta denota mancanza di originalità.
Per tutto ciò, tolleriamo maggiormente ad egli le sue ultime produzioni, che hanno evidenziato un calo nella sceneggiatura e scarsa suspense.


In Kindaichi (più splatter, più dramma, casi più lunghi con ritmo narrativo più dinamico e maggiori avvenimenti) il discorso è differente, giacché è incentrato unicamente sulla parte gialla, che viene sviscerata in ogni sua forma.
La soprannaturalità, denigrata da molti, è un elemento ricorrente ma di pura facciata, con cui si gioca spesso.
Vi troverete inoltre davanti a qualcosa di più maturo, introspettivo, e soprattutto emergerà la visione dei creatori nei confronti di un tema di grande rilievo: la giustizia.
Difatti, saranno facilmente riscontrabili personalità dal passato tragico, ricche di paure e angosce, con le quali sarà possibile immedesimarsi. Mediante la loro figura, ci verranno impartiti grossi insegnamenti di natura morale.
Parlare di questo in Detective Conan equivale ad entrare in un campo minato, in quanto vigono parecchi pareri contrastanti per una precisa scelta dell'autore: ossia la caratterizzazione estremamente marcata del protagonista.
A causa di Aoyama (che esprime i suoi pensieri attraverso questo personaggio), sostengo che Shinichi sia penalizzato da un accostamento messo in chiaro sin dall'inizio, quello con Sherlock Holmes.
Da quest'ultimo ha ricavato tutto, anche un tratto caratteriale che impedisce alcuna varietà nei casi.

Difficile parlare dei PG, dato che il raffronto si pone tra due scuole di pensiero diverse che hanno il merito di non essersi snaturate; con la trama in mezzo, DC ha il costante bisogno di introdurne, finendo per lasciare indietro gli altri e risultare piatti. Anche in Kindaichi gli stereotipi non mancano, ma in generale spiccano per aspetti più concreti e reali.
Realistico è anche il ruolo a cui viene relegata la donna nel manga serializzato sullo Shonen Magazine: secondario. Questo sottolinea un lato non edificante della società giapponese, ovvero il forte maschilismo.

Avete ragione, avrei potuto essere più prolisso.
Mi ero prefissato però degli obbiettivi precisi: farvi conoscere le opere elencandone le proprie peculiarità, ma menzionando al contempo i difetti, per un'analisi a tutto tondo.
Si tratta di un articolo scritto unicamente in funzione di una determinata categoria, per la quale i dettagli non sono necessari.
La scelta fra questi prodotti di qualità dipende esclusivamente dalle esigenze di un lettore / spettatore.
Alla prossima.

lunedì 4 agosto 2014

Lupin III VS Detective Conan – The Movie

 
Distribuzione: Sale Cinematografiche
Paese: Giappone
Anno: 2013
Durata: 1 h e 50 m
Regia: Hajime Kamegaki

A distanza di circa 5 anni, ci viene proposta una nuova vicenda riguardante le principali opere di Monkey Punch e Gosho Aoyama; dopo lo straordinario successo avvenuto in termini di ascolto nel 2009 su Nippon Television e Yomiuri TV, questo sequel (sono presenti un sacco di riferimenti) approda nelle sale cinematografiche del Sol Levante. Pertanto in futuro vige anche la remota possibilità di vederlo doppiato nella nostra lingua, malgrado il fenomeno degli anime sia scemato all’interno del panorama televisivo italiano.
Confesso di essere restato deluso la scorsa volta, poiché mi aspettavo qualcosa di maggiormente elaborato sul piano della trama. Le mie aspettative erano molte alte.
Esperimento riuscito, dunque?
Per capire appieno il mio pensiero bisogna partire da una provocazione lanciata dal fandom del ladro gentiluomo: era meglio selezionare qualcosa di differente? Probabilmente no.
Nel discorso non rientra solo quello che ho potuto ammirare nel crossover, poiché Detective Conan può ancora offrire molto sul piano commerciale.
Stiamo parlando di un’opera logora, ma che resta fra le più viste in terra nipponica, grazie ad un’anime particolarmente remunerativo. E nonostante i vent’anni di serializzazione, è uno dei prodotti di punta dello Shonen Sunday.
I dati di acquisto del manga, pur non essendo nemmeno l’ombra di quelli degli esordi, sono stabili da tempo.
Innumerevoli segmenti testimoniano come non si discostino molto, giacché la realtà è ben definita in ambe ed i personaggi sono in grado di intersecarsi bene senza risultare banali, visto che i mondi presentano analogie.
Se nel primo le interazioni fra i PG si rivelarono una delle poche note positive, qua possiamo senza dubbio affermare che sono state rese al massimo anche sul piano dei dialoghi.
Inutile dire che non condivido le critiche a favore della gestione di essi.
Per una volta è presente dell’equilibrio, e seppure nessuno sia stato approfondito a dovere, i personaggi vengono trattati per ordine di importanza, adattandosi in modo naturale al contesto grazie alla delineazione delle proprie aspirazioni, che emergono in svariate occasioni e sempre diversamente. Insomma, la maggior parte è funzionale ed occupa un ruolo specifico.
 
Anche se superficialmente, viene esposto il tema della libertà, che traspare grazie alle figure di Fujiko (fastidioso il fatto che conosca senza alcuna spiegazione tutto ciò che concerne Haibara), Alan e Emilio (poteva essere analizzato di più sul piano psicologico, ma di fatto resta in grado di suscitare interesse in quanto tormentato).
Molti potrebbero storcere il naso visto che ha certamente radicazioni profonde ed è stata ostacolata molto nel corso del tempo, tuttavia ho apprezzato il messaggio inviato: è valida fino a quando non va ad intaccare la libertà di un altro.
La struttura narrativa, semplice e banale, vede la riproposizione di scelte già viste in passato per entrambi i franchise, divenuti sempre più commerciali.
Generalmente uno dei veri problemi della narrativa contemporanea, è rappresentato dal modo in cui viene manifestata la concezione della realtà, che si riflette su tutto il resto.
Anche questa volta non mancano forzature, le quali purtroppo risultano fondamentali affinché la storia evolva. Questo surrealismo passa mediante l’eccessiva esaltazione dei personaggi e qualche scena d’azione.
In tutto ciò, la trama, sviluppata in maniera costante, non spicca per originalità ma risulta efficace, con la componente comica immessa sapientemente per permettere allo spettatore di rilassarsi. Non diffidate, la serietà non si perde mai.
Animazioni buone e disegni validi danno vita ad un comparto tecnico di assoluto livello.

Complessivamente, reputo questo film riuscito; vive di momenti coinvolgenti ed è godibile sotto ogni aspetto.
Voto: 7

Vi comunico che, a causa delle vacanze, non rilascerò l’articolo inerente i pronostici per Summerslam 2014. Verosimilmente, potrei scrivere una recensione dell’evento, ma si tratta di eventualità da valutare. In ogni caso, tornerò.
Alla prossima.


martedì 1 luglio 2014

Repubblica: “La legge anti-pedofilia risparmia i manga”

 
Il titolo fa riferimento alla testata dell’articolo rilasciato sul noto quotidiano lo scorso 19 giugno.
Che potete consultare qua.
Per una volta, ho deciso di scendere in campo al fine di difendere la “nostra” categoria, per anni bistrattata. Naturalmente nei limiti del possibile.
Nulla di nuovo sotto il sole, affermerebbe qualcuno, ma di certo è innegabile come Giampaolo Visetti si sia basato su un tipico luogo comune. Pertanto approfitto per dire che generalizzare è sbagliato in ogni contesto.
All’interno viene messo in chiaro sin da subito che la parola “manga” significa “immagini stravaganti”, quando in realtà con questo termine ci si riferisce unicamente alla nona arte, ovvero il fumetto giapponese.
Nel nostro paese c’è sempre stata estrema cautela con questo genere di prodotti, a detta di molti diseducativi e volgari.
Personalmente penso che abbia influito in maniera negativa anche il modo attraverso cui sono stati proposti per anni sulle varie emittenti televisive, con modifiche dei dialoghi ed un sacco di censure. L’intento di renderlo qualcosa di adatto solo ad una fascia d’età bassa, era palese.
I manga presentano varie analogie con un genere letterario molto conosciuto, vale a dire le fiabe.
Esse tendono a narrare percorsi di crescita o storie con insegnamenti dal carattere morale, ma la prima grossa influenza, è costituita proprio dal mondo reale.
Su ogni storia incide il periodo in cui viene scritta, e collega i lettori con un mondo che non comprendono pienamente sottolineando le paure e le esigenze.
Le accuse che solleva il giornalista, appaiono subito sterili: difatti all’interno del panorama nipponico sono presenti diversi tipi di racconti inerenti il fumetto, i quali indirizzano il lettore e permettono ad egli di scegliere ciò che più ritiene adatto per se.
Le componenti di cui parla, quantunque proposte anche in maniera discontinua, descrivono la natura dell’essere umano da una prospettiva particolare.
Non si limitano ad intrattenere, ma assumono un valore pedagogico giacché sono coadiuvate ad un’incredibile varietà sul piano delle tematiche, dal migliore al peggiore.
Insomma, gli autori forniscono la propria interpretazione della realtà.
 
In Giappone, nonostante il persistente tradizionalismo, tramite questo settore (le cui stime dovrebbero aggirarsi attorno ai 5,5 miliardi) sono riusciti a risollevarsi dalla seconda guerra mondiale ed hanno trovato un nuovo modo per combattere le discriminazioni sociali.
In Cina vengono intruppati, in Francia vantano il primato a livello educativo; qua in Italia d’altro canto non facciamo niente. Pertanto certi comportamenti, figli di innumerevoli motivi, dovrebbero essere accolti in maniera diversa.
Voglio concentrarmi su una cosa: in molti attribuiscono al giornalismo una delle principali cause della situazione attuale del nostro paese. Francamente mi ritrovo in quelle parole.
In questo caso un argomento complesso quale la pedofilia fa da sfondo, allo scopo di condizionare il popolo italiano. Tutto viene enfatizzato, e l’informazione perde ogni qualsivoglia forma di validità.
Presumo sia questo il destino dei propri contenuti una volta ottenuti dei contratti onerosi con determinati sponsor, o sbaglio?
Cosa manca, dunque? L’equilibrio.
 
Inoltre spiegatemi in base a quale criterio un corrispondente di Pechino possa occuparsi di temi riguardanti un altro stato. Perché è questo che Visetti ha fatto.
Noi estimatori di questo prodotto puramente catartico abbiamo ben poco da recriminarci, questa vicenda ha messo in luce ulteriormente l’ipocrisia di una fetta consistente del sistema mediatico.
Alla prossima.

mercoledì 14 maggio 2014

Yu Yu Hakusho

 
Quest’oggi voglio parlarvi di una delle opere più famose presenti nell’ambito shonen, tanto criticata per il proprio finale quanto amata, e che nel corso degli anni ha venduto quasi 50 milioni di copie, consolidandosi e influenzando molti manga comparsi successivamente mediante design dei personaggi, peculiarità caratteriali di essi, trasformazioni e quant’altro.
Quello che in Italia conosciamo come Yu degli Spettri, nasce dall’estro di Yoshihiro Togashi, un autore estremamente metodico ma anch’esso molto criticato e riconosciuto da molti per la propria sedentarietà e le lunghe pause. In quella che può certamente definirsi la prima opera di rilievo (le altre prodotte fino a quel momento sono autoconclusive), la sua diversità viene subito messa in risalto, con la scelta di far morire il proprio protagonista.
Malgrado avremo modo di ammirare le sue vere potenzialità qualche anno più tardi con Hunter x Hunter, si rivela un’opera, per il periodo in cui è stata serializzata, molto profonda e ricca di divertimento.
E a differenza di quest’ultima, vanta una narrazione più scorrevole, che la rende innegabilmente più consona ad un pubblico ampio, composto anche dal cosiddetto “lettore medio”, nonostante sia altresì cruento come il suddetto.
Hunter x Hunter pur essendo qualitativamente superiore, non disdegna della presenza di situazioni pesanti e verbose, le quali per molti possono costituire un limite, in quanto implicano una notevole attenzione, e chiaramente un lettore abituato all’azione, si può facilmente annoiare.
Da qui il motivo della mia esternazione.
A mio avviso ogni qualsivoglia paragone con opere prodotte in un periodo differente, risulta immediatamente forzato, poiché in seguito ne sono state pubblicate di più complete e variegate. Nel 1990 (periodo in cui è stato percepito) dominava l’intero panorama Dragon Ball, che, tralasciando il discorso riguardante i meriti i quali gli vanno riconosciuti, gode di estrema sopravvalutazione, visto che con il passare del tempo si snatura e diviene uno shonen abbastanza piatto, dove i temi trattati sono sempre gli stessi. Se il manga di Toriyama è il precursore del genere, in Yu Yu cominciamo a vedere una maggiore enfatizzazione e complessità dei poteri corredati (esempio eclatante quello dei territori, che verrà poi, senza successo, ripreso in Bleach).
Inoltre gli scontri racchiudono un giusto mix, dove viene data rilevanza sia alla loro spettacolarità che al proprio aspetto tattico, che comunque nel già citato Hunter x Hunter risalterà maggiormente e si affermerà come una delle caratteristiche peculiari.
Da menzionare il fatto che in essi, l’autore definisca fortemente i progressi dei propri PG, attraverso scelte che il lettore non può prevedere, in quanto non ne viene dato segnale. Peraltro, sanno variare molto dai contesti proposti e non risultano mai uguali o ripetitivi.
Per raccontarli è spesso ricorso alla tattica del narratore onnisciente.
Tutte queste caratteristiche hanno contribuito a farmi apprezzare l'operato di Togashi: reo di aver prodotto un manga che spicca anche per la varietà delle tematiche trattate, alcune delle quali ancora molto contemporanee (bullismo, suicidio giovanile). Senza contare che la componente fantascientifica, che gli scontri comportano, può imporre delle forzature; a maggior ragione perché l’ambientazione fantasy (che poteva sicuramente essere approfondita di più), per buona parte della storia, è assente.
Presumo che anche questo abbia spinto qualche anno più tardi Togashi alla realizzazione di un’opera interamente fantasy, perché nonostante in termini di vendite e popolarità (da Yu Yu sono stati ricavati due film e innumerevoli videogiochi, senza contare il posto di rilievo riservato in quello prodotto per i 45 anni del Jump) sia stato ripagato degli sforzi, non è stato pienamente compreso, malgrado tutte le citazioni all’epoca in cui la storia si svolge e l’inserimento dei suoi pensieri all’interno, che la rendono senza dubbio densa.
 
 
In quest’opera vi è anche un’innegabile centralità del protagonista, che ha comunque permesso all’autore di delineare bene psicologicamente il carattere dei suoi co-protagonisti, attraverso delle grandi storie di crescita interiore.
Oltre a disporre di uno spiccato realismo, si può tranquillamente dire che si completino a vicenda; Kuwabara è il classico tipo che alla lunga emerge grazie alla propria perseveranza, Kurama è una persona calma e riflessiva ma che in momenti d’ira diventa vulnerabile, Hiei (da cui Kishimoto si è ispirato per il design di Sasuke) compie un’evoluzione incredibile e allo stesso tempo coerente caratterizzata dal dolore ed il tormento, ma mantenendo il fascino che da sempre lo rappresenta. In più Togashi si è saputo mettere alla prova in un campo che in Hunter x Hunter non avremo modo di esplorare per l'analisi di essi, il flashback.
Menzione d’onore per gli antagonisti, i quali vantano storie profonde alle spalle e delle personalità eterogenee supportate da una forte caratterizzazione introspettiva (specie Toguro), che li rendono davvero credibili.
Lungo il percorso incrocerete anche numerose autorità scarsamente approfondite ma comunque distinguibili sul piano del design, le quali occuperanno un determinato ruolo per poco tempo all'interno della narrazione, adattandosi ad un ruolo di transizione meramente dettato dalla sceneggiatura. Un lettore di battle shonen abbastanza navigato avrà sicuramente preso confidenza con queste personalità secondarie, che negli anni si sono alternate in svariate opere del genere.
Nella versione cartacea poi affiora notevolmente che Togashi non si affida agli assistenti per la realizzazione delle tavole, ma nonostante questo, riesce a caratterizzare i personaggi mediante dei primi piani stilisticamente impressionanti, i quali riescono a esprimere alla perfezione ciò che egli mira a descrivere.
Questi personaggi nel bene e nel male contribuiscono alla crescita del protagonista, che per quanto stereotipato risulta comunque essere una figura approfondita e dotata di grande carisma.
  
 
Altrettanto vero che non è esente da difetti, eclatante a mio avviso la mancanza di un personaggio femminile di spicco; qualcuno probabilmente potrebbe controbattere affermando che è un problema comune per la maggior parte degli shonen (Naruto e Dragon Ball costituiscono due esempi tangibili, tuttavia nel primo caso Kishimoto ha maggiori responsabilità, poiché Sakura non è vincolata come Bulma ed è in grado di prendere parte alle battaglie) ma a mio avviso non è da sottovalutare il fatto che Togashi non si sia impegnato molto sulla caratterizzazione di Keiko, la quale incarna perfettamente lo stereotipo della donna giapponese, e tende ad essere relegata spesso a ruoli di secondo piano.
Sotto quest’ottica, Genkai già è più presente, ma il suo compito nella storia è totalmente differente ed all’interno di essa non avviene alcuna crescita.
La causa penso vada ricercata nel peso che Dragon Ball ha avuto sulle scelte dell'autore.

Inoltre i più attenti si saranno certamente accorti del cambio di stile che avviene; nella fase iniziale Yu Yu, nonostante un impianto narrativo alquanto sconclusionato, si pone come un gag manga. Ecco, penso che altri due difetti siano quelli che possono definirsi le estremità dell'iceberg, ovvero l'inizio e la fine.
Non mi piace criticare a caso solo per non aver visto contrapposti i miei personaggi preferiti, tuttavia preservo e preserverò sempre il dubbio su come sarebbe potuto essere l'arco narrativo finale, che a mio avviso, proprio a causa della bravura dell'autore nel definire i suoi personaggi e creare così tanti misteri, aveva immense potenzialità. Tuttavia fino a prima dell'inizio del torneo la saga era stata gestita bene, con molti legami approfonditi ed un significativo passaggio di consegne fra padre e figlio in un tripudio di omaggi alla razza umana, argomento ricorrente e che offre spesso spunti di riflessione.
Risulta palese come Togashi lavori meglio con la trama a disposizione, pertanto questo cambiamento sollecitato dalle influenze dell'epoca contribuisce ad innalzare qualitativamente il prodotto.
Ovviamente sono facilmente riscontrabili le tipiche componenti adottate dagli autori per rendere la propria opera conforme alla rivista: costanza, amicizia, e, in seguito, vittoria.

Che cosa voglio dire? Che in Hunter x Hunter tutto è estremizzato XD
Scherzi a parte, trovare racconti di tale spessore quando di questo genere non erano ancora stati esplorati tutti gli aspetti, è un’assoluta rarità.
 
Ci tenevo particolarmente a scrivere quest’articolo inerente la mia opera preferita, che nel 1994 lasciò un grosso buco e ispirò quelli dello Shonen Sunday alla realizzazione di un manga intitolato Flame of Recca, che può tranquillamente definirsi un vero e proprio plagio: a partire dai ruoli dei PG (anche se con dei design meno riconoscibili), ai contesti (riproposizione di un torneo su un’isola), le scelte narrative e le tecniche.
Gli do comunque atto di rientrare fra i manga più importanti e conosciuti degli anni 90.

Sostanzialmente, ho cercato di descrivervi Yu Yu Hakusho sotto un’altra prospettiva, e spiegando perché alcuni paragoni che vengono fatti giornalmente sono sbagliati. Soprattutto non bisogna iniziarla con l’intento di trovarsi davanti ad un emulo di Hunter x Hunter.
Stiamo parlando di un’opera, che forse è stata inconsciamente usata come trampolino di lancio dallo stesso creatore, visto che alcuni elementi vengono ripresi ed ampliati in seguito (dalle dinamiche di narrazione al Nen, organizzato in maniera dettagliata e che permette ad egli di svariare in un campo ricco di possibilità), ma che ha esercitato un’enorme influenza e che ancora oggi viene ricordata come una pietra miliare nella storia della rivista su cui è stata pubblicata. Capace magnificamente di alternare più situazioni, intrattenere e rinnovarsi in positivo.
Vi comunico che dal 4 giugno sarà reperibile mensilmente in tutte le fumetterie la Perfect Edition; Togashi, aldilà di alcuni limiti caratteriali e fisici, resta il miglior autore di cui il Jump dispone, malgrado le sue produzioni, seppur di qualità eccelsa, non possano certamente ritenersi adatte a tutti. Yu Yu, come ho fatto notare, è quella più “mainstream”.

Inutile consigliarvi la lettura, alla prossima.